In Breve
- Cosa è successo nel CDA di Delfin?
- Il CDA di Delfin non ha approvato la lettera di patronage richiesta da Leonardo Maria Del Vecchio.
- Quali sono le conseguenze della mancata approvazione?
- La mancata approvazione ha portato incertezze sul futuro della holding e una possibile battaglia nell'assemblea dei soci.
- Quali erano le condizioni della lettera di patronage?
- La lettera prevedeva che Delfin acquisisse il 37,5% del capitale di Leonardo Maria in caso di inadempimento con le banche.
Il consiglio di amministrazione di Delfin ha recentemente mostrato segni di frattura, non approvando la lettera di “patronage” richiesta a favore delle banche. Questo documento era cruciale per sbloccare un finanziamento che avrebbe permesso a Leonardo Maria Del Vecchio di acquisire le quote di almeno due eredi, portandolo verso una maggioranza relativa nella holding lussemburghese.
Durante il voto, il presidente Francesco Milleri e il consigliere Mario Notari hanno espresso parere favorevole, mentre si sono opposti il CEO Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. La mancata approvazione della lettera ha riportato la trattativa sul futuro di Delfin in una situazione di incertezza, aprendo la strada a una battaglia che si preannuncia accesa nell’assemblea dei soci prevista per il 30 giugno.
Fonti vicine al family office di Leonardo Maria Del Vecchio jr hanno manifestato «delusione e perplessità» per la divisione del board e per una famiglia che sembra «non unita», evidenziando che «in queste condizioni difficilmente può reggere» la gestione aziendale.
La lettera di patronage, inviata da Del Vecchio al consiglio, era anche uno strumento per «andare alla conta» e definiva le condizioni secondo le quali Delfin avrebbe esercitato i diritti di prelazione in caso di inadempimento di Leonardo Maria con le banche. In particolare, il documento stabiliva che, qualora il prestito non fosse stato rimborsato, la holding avrebbe acquisito l’intera quota del 37,5% del capitale detenuta da Leonardo Maria, al prezzo complessivo di 10 miliardi di euro. Questa cifra corrisponde all’acquisto di tre quote, ciascuna valutata circa 3,3 miliardi.
Il documento includeva anche le partecipazioni attribuite a Luca e Paola, valutate rispettivamente 5 miliardi ciascuna, con l’obiettivo di evitare che, in caso di problemi, gli istituti di credito potessero entrare nella holding. Ora, la decisione finale spetta all’assemblea, ma la strada per una risoluzione appare in salita.
