In Breve
- Qual è la quota di mercato dei broadcaster in Italia nel 2025?
- La quota di mercato dei broadcaster in Italia è scesa al 57% nel 2025.
- Come stanno influenzando le piattaforme video il mercato della pubblicità?
- Le piattaforme video sottraggono porzioni crescenti di investimenti pubblicitari ai broadcaster tradizionali.
- Quali sono le sfide principali per i gruppi televisivi europei?
- Frenare il trasferimento di audience e costruire capacità tecnologiche e modelli di monetizzazione adeguati.
Negli ultimi anni, il panorama audiovisivo italiano ha subito una trasformazione radicale, con le grandi piattaforme video che conquistano quote crescenti di ricavi, pubblicità e tempo di visione. Secondo recenti analisi, la quota di mercato controllata dai broadcaster in Italia è scesa dal 78% nel 2020 al 57% nel 2025, evidenziando un cambiamento strutturale nel settore.
Oggi, il mercato non è più dominato esclusivamente dalla televisione lineare, sia gratuita che a pagamento, ma comprende anche offerte online come Svod (Subscription Video on Demand), Tvod (Transactional Video on Demand) e video sharing platforms. Queste ultime stanno rendendo sempre più sfumati i confini tra televisione e video online, come sottolineato da Emilio Pucci, direttore di eMedia, che evidenzia come le funzioni post-editoriali siano ora largamente dominate da queste piattaforme.
Il fenomeno non è limitato all’Italia, ma interessa tutto il continente europeo. In Francia, ad esempio, si è registrato un calo della quota dei broadcaster di 21 punti, simile a quello italiano. Altri paesi, come la Germania e il Regno Unito, hanno visto diminuzioni rispettivamente di 16 e 14 punti percentuali. Questa tendenza mette in luce le sfide comuni che i broadcaster tradizionali devono affrontare.
In termini di ricavi, le differenze geografiche e il potere negoziale giocano un ruolo significativo. Ad esempio, le emittenti tedesche Ard e Zdf raggiungono quasi 10 miliardi di euro, mentre la BBC si attesta intorno ai 5,9 miliardi di sterline. In Italia, Rai e France Télévisions si aggirano intorno ai 3 miliardi ciascuna. Nel Regno Unito, Netflix ha fatturato 2,06 miliardi di sterline nel 2025, superando la principale emittente commerciale, ITV, e distanziando Channel 4 e Channel 5.
Le piattaforme video non solo sottraggono porzioni crescenti di investimenti pubblicitari, ma anche pubblico. I broadcaster nazionali, vincolati da obblighi regolatori e missioni editoriali, si trovano in una posizione svantaggiata rispetto a questi nuovi attori del mercato. La trasformazione investe tutti gli ambiti dell’ecosistema audiovisivo, inclusi sport, intrattenimento e informazione, rendendo contendibili anche i contenuti un tempo considerati “protetti”.
La risposta del mercato potrebbe passare attraverso una maggiore integrazione tra televisione e video online. Fusioni, acquisizioni e consolidamenti sono già in atto, come dimostrano le recenti operazioni tra Sky e ITV, e le manovre su M6. Inoltre, gruppi paneuropei come Mfe–MediaForEurope stanno cercando di adattarsi a questa nuova realtà.
Per i gruppi televisivi europei, la sfida è duplice: da un lato, frenare il trasferimento di audience, pubblicità e valore verso operatori globali; dall’altro, costruire una scala, capacità tecnologiche e modelli di monetizzazione adeguati per competere a livello mondiale. I ventuno punti di quota persi in cinque anni sono un chiaro segnale che, senza una strategia industriale solida, la televisione europea rischia di rimanere centrale sul piano editoriale, ma marginale sul piano dei ricavi.
